Comunicazione medico-paziente efficace: chiara, precisa ed empatica

Comunicazione medico-paziente efficace: chiara, precisa ed empatica

Comunicazione medico-paziente efficace: chiara, precisa ed empatica

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Di recente ho dovuto accompagnare al pronto soccorso una persona cara. Durante quest’esperienza molto intensa emotivamente e alla fine positiva, ho potuto parlare con diversi medici. Alla luce anche dei due interventi del Festival DiParola dedicati alla comunicazione medico-paziente vorrei condividere con voi alcune riflessioni su questioni linguistiche che avevo cominciato a indagare nel 2015.

Tecnicismi e inglesismi

Una parola che tornava spesso durante il ricovero era “artefatto”. Secondo la prima definizione della Treccani è un aggettivo: “fatto con artifizio, artificioso, adulterato: stile a.; Con servili, a. e vuoti accenti (Alfieri); comportamento, atteggiamento a. (e per estens., una persona a.), non sinceri; vino a., adulterato, non schietto.”

La parola può anche essere un sostantivo di cui in tutta sincerità ignoravo il significato scientifico. Sempre da Treccani: “opera che deriva da un processo trasformativo intenzionale da parte dell’uomo. In biologia, si usa l’espressione a. di tecnica per indicare genericamente colorazioni o immagini osservabili al microscopio ottico o elettronico che non hanno un riscontro reale nelle strutture originarie del preparato e che sono il risultato delle manipolazioni alle quali è stato sottoposto il campione.”

Questo significato è quello che si avvicina di più a quello che intendevano i medici con cui avevo parlato. Il dizionario di medicina viene in soccorso e per artefatto intende: “Risultato di un esame di laboratorio non corretto per errore di esecuzione tecnica o per alterazione dell’apparecchio di registrazione” (fonte). Nel caso del ricovero, non è l’uomo che compie la manomissione dell’immagine, bensì il macchinario.

Infatti, se ho ben inteso, in radiologia si riferisce a quella figura dai contorni incerti che appare su un organo o un tessuto a causa di un effetto ottico creato dall’ecografo durante il passaggio sulla pelle e con la presenza per esempio di sostanze negli organi: un’ombra, un alone, una sorta di strisciolina e nello specifico un flap.

E qui veniamo al secondo termine, in inglese questa volta. Ho subito pensato agli aerei che per frenare abbassano i flap, ovvero quegli alettoni posti sull’estremità inferiore dell’ala che permettono all’aereo di rallentare (fonte).

Nel caso in questione si trattava di una lamella che fuoriusciva dalla parete di una vena, come una cuticola che si apre dal fusto di un capello quando c’è umidità creando l’effetto crespo. Avevo indovinato!

Per tornare ad artefatto, alla fine non ho resistito e ho chiesto il significato alla meravigliosa specializzanda che mi ha spiegato cosa significasse e ha risposto alle mie domande con pazienza e dovizia di particolari.

Con un po’ di logica, deduzione e un pizzico di creatività ecco che si può arrivare a interpretare il gergo medico. O forse no?

Per quanto mi riguarda, grazie allo studio di inglese, latino e greco antico, il più delle volte riesco a comprendere il significato delle singole parole mediche, ma le persone con un basso tasso di scolarizzazione come possono fare?

Alcune considerazioni

Per una buona parte delle persone ahimè non è così facile. Considerate che il 63% degli italiani (25-64 anni) possiede almeno il diploma superiore e solo il 27,4% (30-34 anni) una laurea o un titolo superiore terziario (dati ISTAT 2022). Sfido chiunque a capire che cosa stavano cercando di escludere i medici nella loro indagine.

Anche con un alto livello di scolarizzazione, può continuare a sfuggire il significato di termini che gettano nell’incertezza e nella preoccupazione le persone che le sentono per la prima volta.

Facendo una considerazione dal punto di vista medico, lavorare in un pronto soccorso implica operare in un ambiente ad alto tasso di adrenalina, di grande responsabilità e sempre sul filo dell’emergenza.

È un lavoro di squadra in cui sono coinvolti numerosi medici e infermieri che occupano diverse posizioni gerarchiche. Dall’accettazione alle dimissioni nel referto finale ne ho contate ben 14 coinvolte in due giorni!

Non dev’essere affatto facile mantenere una comunicazione chiara, precisa ed empatica col paziente mentre si lavora. Ma una parte del lavoro riguarda la comunicazione col paziente e l’accompagnatore, anch’essa importante.

Come ben dicono i due esperti coinvolti nel recente festival DiParola è necessario parlare chiaro, preciso e modulando la comunicazione a seconda dell’interlocutore.

La professoressa onoraria e ordinaria di Linguistica e Glottologia Franca Orletti ha spiegato a livello linguistico “Il parlar chiaro nella comunicazione medica: la ricerca di buone pratiche”. Interessantissimi i suoi contributi e studi sulla comunicazione in ambito medico. Alla fine del suo articolo trovate una ricca bibliografia di riferimento.

Il medico chirurgo Michele Cassetta, docente di comunicazione medico-paziente, ha parlato de “L’importanza delle parole nel rapporto medico-paziente” e del suo impegno nel rendere chiaro e accessibile a tutti il linguaggio medico dedicando a questo scopo il sito Dottore, ma è vero che…?

Cosa si può fare per migliorare la comunicazione medico-paziente?

I medici potrebbero ascoltare in modo attento e porre al paziente domande mirate per interpretare il racconto di una persona nella fase di anamnesi secondo Cassetta.

Allo stesso modo a mio avviso i pazienti potrebbero farsi coraggio e chiedere il significato dei termini che non conoscono oppure di tradurre in parole semplici, chiare e precise le comunicazioni durante la formulazione diagnostica.

I medici e il personale paramedico potrebbero scalare la marcia quando parlano con i pazienti durante un ricovero e abbassare il livello di complessità di tecnicismi e di inglesismi spiegandoli man mano.

Oppure frequentare un corso di comunicazione medico-paziente o, come diceva la professoressa Orletti, farsi affiancare da un linguista per “adeguare il loro modo di esprimersi alle esigenze del pubblico meno acculturato” (cit.).

Nel caso della comunicazione digitale medica potrebbe essere utilissimo adoperare la tecnica del pair writing.

Dopo questa esperienza, ho avuto l’impressione che il linguaggio settoriale medico venisse utilizzato più per praticità e consuetudine che per mantenere un distacco “tra chi sa e chi deve solo ascoltare”, citando le parole della professoressa Orletti.

Di fatto è più veloce esprimersi in gergo tecnico rispetto al dover “perdere tempo” a spiegare a una persona non esperta. Le priorità sono altre in certi momenti, e sono vitali!

Allo stesso modo mi sento di incoraggiare i pazienti e i loro accompagnatori a osare, a non lasciarsi intimidire dal camice bianco o dalla divisa del personale infermieristico e a chiedere maggiori chiarimenti in caso di risposte oscure. D’altronde chiedere è lecito e rispondere è cortesia si dice, no?

Poi esistono le associazioni dei pazienti e gli uffici relazioni con il pubblico degli ospedali a cui rivolgersi in caso di lamentele e disservizi del personale medico e paramedico, ma anche nel caso di elogi, ringraziamenti e suggerimenti per migliorare 😉

Concludo questo articolo con le mie primissime considerazioni sul linguaggio medico digitale di qualche anno fa che offrono ancora oggi indicazioni molto valide.

 

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Foto di Thirdman da Pexels

 

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